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Schiavitù da debito
Il termine schiavitù ci rimanda ad una società antica fondata su valori inconciliabili con quelli della libera e democratica società capitalistica. Ma anche nel sistema capitalistico possono permanere situazioni di sfruttamento atavico, realtà assimilabili a un modello sociale superato. Nel mondo esistono ancora esseri umani costretti a lavorare senza diritti e senza stipendio. Secondo Avvenire (12 agosto 2017), il fenomeno, solo in Pakistan, riguarda circa 2,3 milioni di persone spesso vessate, maltrattate o addirittura rinchiuse in campi sorvegliati da uomini armati. È il fenomeno della schiavitù per debito, un fenomeno che colpisce soprattutto le minoranze religiose. Il meccanismo che condanna uomini, donne o bambini «ad abusi, vessazioni, maltrattamenti, a un'intera esistenza alla mercè di padroni spesso senza scrupoli - è inesorabile. Si inizia con un prestito o un
anticipo da parte dei datori di lavoro. Restituirlo richiede in media due anni, durante i quali si è ridotti in una condizione servile». Basta contrarre un debito che non si riesce a ripagare e si sprofonda in un tunnel dal quale non è possibile più uscire, si è condannati a una vita in ostaggio, «in balia di prepotenze, soprusi, abusi, violenze». Una vita di schiavitù che può toccare intere famiglie, e che può perfino tramandarsi: un debito non saldato si trasmette inesorabilmente da padre a figlio, condannando le nuove generazioni allo stesso destino di miseria e sofferenza dei genitori, nel disinteresse totale dell'autorità e delle istituzioni. Sembra la descrizione di un mondo antico. È invece la descrizione del mondo di oggi, un mondo retto dallo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e animato, più che mai, dalla logica del profitto.
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