LORO E NOI - 14/12/2021
 
Pace sociale

È più che lecito nutrire dubbi, diffidenze, perplessità sulla volontà di lotta, sulla coerenza rivendicativa alla base della scelta delle burocrazie di Cgil e Uil di proclamare, infine, uno sciopero generale il 16 dicembre.
Per quanto riguarda poi la dirigenza Cisl, la sua autentica, sempre più sfacciata, effettiva funzione sociale, che la induce ancora una volta a esibire la propria “responsabilità” contro le pur minime, contraddittorie e tardive, iniziative di lotta degli altri confederali, c'è ormai poco da aggiungere.
Detto questo, è persino surreale il clima che i mass media asserviti ai vari poteri economici del capitalismo italiano, le forze politiche dell'arco parlamentare, contrapposte fieramente ma solo sulla tutela dei loro specifici interessi borghesi e sulle modalità di conservazione dell'intero sistema che le foraggia, sono riusciti a determinare.
È tutto un grido di dolore per quello che sarebbe un estenuante, continuo ricorso agli scioperi, per una irrefrenabile conflittualità operaia e sindacale, prepotentemente indifferente al dramma della pandemia, all'imperativo dell'unità della nazione nei grandi tornanti storici, alle condizioni per l'agognata ripresa, persino al richiamo natalizio.
È bastata una campagna mediatica e politica sorretta da cospicui interessi e adeguati mezzi perché la realtà capitalistica italiana, popolata nei fatti da una classe lavoratrice sottopagata per le medie europee, precaria, costantemente spremuta e torchiata, gravata da una pressione fiscale clamorosamente sbilanciata, disabituata da tempo immemore a vaste lotte di difesa e rivendicazioni, rappresentata da un universo sindacale reduce da immense sconfitte, cedevole fino alla complicità o frammentato e marginale, venisse invece diffusamente raffigurata come un Paese di poveri borghesi intimoriti da un costante e incendiario Biennio rosso.
Secondo uno zelante sondaggio pubblicato da Il Giorno (12 dicembre), la maggioranza degli italiani privilegia «il senso di responsabilità» e aborre ovviamente l'«eccessivo e ingiustificato ricorso allo strumento dello sciopero». Non che questa savia maggioranza lesini le critiche alla manovra del Governo, anzi, ma forse il «senso di responsabilità» che piace tanto ai giornali della borghesia è quello delle maggioranze apatiche, spaventate, deluse, chiuse nel proprio cinico, massificato individualismo di massa piccolo borghese e che, a fronte delle iniquità sociali, alla lotta preferiscono la delega all'ennesimo tribuno della plebe da talk show.
Il commento del quotidiano al sondaggio è netto: gli italiani sono «stanchi delle proteste, il conflitto fa paura».
Eppure, emergenza sanitaria o meno, senza tante preoccupazioni di “responsabilità”, il conflitto da una parte sociale non è mai mancato, anzi. In questi tempi di pandemia dal fronte padronale ne abbiamo viste davvero di tutti i colori: licenziamenti via email, licenziamenti in tronco in teleconferenza o via megafono (e non è questione di galateo o di trascurare la sostanza per la forma, ma di quanto il padronato possa permettersi oggi di essere sfrontato, svergognatamente slegato da preoccupazioni e freni nel manifestare il proprio sovrano disprezzo per le umane implicazioni di quella che è solo merce forza lavoro), feroce caporalato, scioperanti presi a sprangate, dipendenti di grandi catene di distribuzione costretti a indossare abiti con umilianti e stupide scritte, lavoratori, proletari allegramente derisi in spot pubblicitari. Il tutto in un quadro di crescente precarizzazione e con il traguardo di una pensione decente dopo una vita di lavoro che diventa sempre più un miraggio.
Bisognerebbe, quindi, essere un po' più precisi.
Non è il conflitto sociale in quanto tale che bisogna respingere, ma solo quando proviene da una parte. Il conflitto, quando è condotto dalla parte padronale, e benedetto dai suoi tirapiedi politici e dalle sue centrali ideologiche, va benissimo.
Anzi, non è nemmeno conflitto, ma legge di natura, sacra razionalità economica. Il conflitto diventa tale, e come tale va responsabilmente bandito, quando sono i lavoratori, i proletari, i licenziati nel nome del profitto, gli sfruttati, i salariati sistematicamente ricattati e calpestati quotidianamente dalle logiche del capitale, a iniziare a reagire.
A questo punto scatta l'indignazione generale, va stroncata sul nascere ogni tentazione di rialzare la testa e tutto serve alla bisogna: la pandemia che sospende i diritti degli uni ma non i privilegi degli altri, il Santo Natale e la sua canonica ondata di acquisti, la messianica ripresa.
Chi poi beneficerà veramente di questa ripresa e sulla pelle di chi questi benefici si realizzeranno, anche questa è ovviamente un'altra storia...