|
La ninnananna del capitale
A prestare fede a politicanti di destra e sinistra, a uomini e donne di Governo, a soubrette politologiche, a presentatori da talk show e ad accademici alla moda, il conflitto di classe è roba d’altri tempi. La sua sopravvivenza nell’attuale contesto sociale – ha proclamato la stessa premier – può consistere solo in una residualità «tossica».
Per chi osi continuare a parlare di divisione e di lotta di classe, di interessi di classe, è pronta la scomunica: ideologia! Questa parola è divenuta una formula magica con cui etichettare e delegittimare qualsivoglia accenno critico alla realtà capitalistica, ai suoi vigenti rapporti di forza, ai suoi dogmi, alla sua pretesa e indiscutibile condizione di stato di natura. Arrivando così all’esito paradossale per cui la condanna, di rito e d’obbligo, dell’ideologia – intesa come distorsione del dato reale attraverso l’imposizione di preconcetti e schemi faziosi e aprioristici – si basa su un impianto ideologico tanto sottaciuto quanto totalizzante.
Poi però ci pensa la realtà quotidiana del capitalismo a fornire drammatici riscontri dell’esistenza, eccome, della divisione e della lotta di classe.
Un operaio dell’ex Ilva di Taranto è precipitato per circa 8 metri, perdendo la vita.
Al piano in cui il lavoratore era salito per controllare delle valvole non c’era il pavimento ma – riportano i Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (Rls) – «delle pedane non fissate che probabilmente si sono aperte» (tutto questo in quella che era l’acciaieria più estesa d’Europa).
Le condizioni in cui i lavoratori svolgono le loro mansioni e in cui possono maturare tragedie come questa sono presto sintetizzate: «al rischio sicurezza e impianti fatiscenti, si aggiunge il ricatto occupazionale» (La Stampa, 13 gennaio).
Anche questa è lotta di classe, è la lotta del capitale contro i lavoratori. È il conflitto che prosegue e che non è eliminabile dalla società divisa in classi. Ciò che impedisce a tutto il circo mediatico, ideologico e politico della borghesia di chiamarlo con il suo nome – che questi apparati ideologici aborriscono – è il fatto che oggi questa lotta la sta conducendo la propria parte, che questo conflitto vede prevalere in maniera schiacciante i loro interessi.
È un fatto lampante, reso manifesto e costantemente ribadito sulla pelle dei lavoratori, che le ricorrenti sentenze di fine della divisione di classe e della lotta di classe sono fandonie. Ma non sono fandonie prive di una loro utilità. Sono funzionali alla lotta di classe dei padroni, sono un’arma nel conflitto di classe in cui il capitale non esita a proclamare le più vergognose menzogne, a compiere i misfatti e le crudeltà più atroci.
|