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Olimpiadi del capitale
Riportava già Il Sole 24 Ore del 7 febbraio (“Milano Cortina 2026, tutti i conti: pareggio a quota 1,7 miliardi”) che i costi preventivati delle appena concluse Olimpiadi invernali Milano-Cortina erano lievitati dai circa 1,5 miliardi di euro stimati nel 2019, al momento dell’assegnazione dei Giochi, a 1,7 miliardi di euro finali. Questo aumento è stato argomentato in ragione dell’inflazione.
Oltre a notare en passant la facilità con cui le aziende appaltatrici riescono ad ottenere aumenti rispetto a quanto riescano i lavoratori nei confronti dei loro salari, scopriamo che «nel caso in cui i costi finali dovessero superare questa cifra, entrerebbe in funzione la garanzia pubblica sostenuta dagli enti fondatori: i Comuni di Milano e Cortina d’Ampezzo, le Regioni Lombardia e Veneto e le Province autonome di Trento e Bolzano». La socializzazione che vorremmo noi comunisti è quella dei mezzi di produzione della ricchezza sociale, che poi distribuiremo a tutta l’umanità in base ai bisogni di ciascuno, ma c’è già una socializzazione che è ben accetta nel vigente modo di produzione capitalistico: la socializzazione delle perdite.
Ciò non significa che i rappresentanti politici della borghesia non abbiano fatto in modo di far girare ben oliati gli ingranaggi dell’industria olimpica e del sistema turistico che le ruotava attorno.
Dal sito del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti leggiamo il 13 febbraio che «pur comprendendo le rivendicazioni dei lavoratori, Salvini condivide la necessità di garantire il diritto alla mobilità anche nei giorni 16 febbraio e 7 marzo, soprattutto perché Milano-Cortina 2026 è un evento straordinario di rilevanza planetaria». Quel diritto alla mobilità significava precettare i lavoratori del trasporto aereo. Evidentemente il loro diritto di scioperare era derogabile e meno importante agli occhi del Governo.
D’altra parte è già in corso una narrazione, come si suol dire, per cui chi manifesta e protesta è nientemeno che «nemico dell’Italia». Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, come riportato l’8 febbraio dall’Ansa («Meloni: “chi manifesta contro i Giochi è nemico dell’Italia”»), ha usato proprio questa espressione per stigmatizzare gli scontri di piazza e le polemiche che sono finite «sulle televisioni di mezzo mondo» (che brutta pubblicità per un Paese sempre più orientato ad essere un Bed & Breakfast internazionale!). Eventuali disordini sociali possono provocare un «danno di immagine ma anche economico» per «tutta la nazione», dice Galeazzo Bignami, deputato di Fratelli d’Italia.
L’indignazione è dunque orientata nei termini di demonizzare e costringere ai margini (più fragili e vulnerabili all’azione repressiva) del contesto sociale e politico chi osa esprimere il proprio dissenso, e quindi anche eventualmente chi manifesta usando lo strumento dello sciopero, definendo costoro hostis publicus, una sorta di minaccia aliena: una chiave di lettura che ha trovato ampio utilizzo storico nel canovaccio americano e che ora sembra si voglia riproporre nella sua variante italiana.
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