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Un Paese per giovani
Non è difficile reperire dati che descrivano le condizioni occupazionali, i crescenti livelli di precarietà, di insicurezza, i bassi salari che caratterizzano la realtà sociale italiana. Il patto fondativo a trazione piccolo-borghese che guida da tempo la politica nazionale si regge sullo sfruttamento del proletariato, costretto a fronteggiare un peggioramento sistemico del proprio tenore di vita che non risparmia nemmeno le componenti di classe più giovani e istruite.
La prima pagina de Il Sole 24 Ore del 18 febbraio riporta come i salari dei neolaureati siano tra i più bassi tra i Paesi europei. «Una media di 32mila euro il salario annuo lordo che percepisce un neolaureato in Italia. Contro i 57mila della Germania o i 90mila della Svizzera. È il responso del monitoraggio effettuato su 735 aziende e che ha coinvolto 270mila posizioni retributive. Il confronto con i principali paesi europei dimostra come l’Italia sia ancora poco competitiva e si collochi nella parte bassa della classifica, davanti solo a Spagna e Polonia». Anche sul fronte degli aumenti salariali l’Italia è un Paese fermo, tra il 2022 e il 2025 gli importi delle buste paghe sono cresciuti del 7%, a fronte degli incrementi nettamente più cospicui conosciuti negli altri Stati del vecchio continente.
Il dato retributivo non è un freddo indicatore statistico ma la descrizione di un Paese reale che sottopaga il lavoro per tutelare i margini di profitto di componenti borghesi spesso piccole e scarsamente competitive. Le retribuzioni europee stridono con lo stipendio d’ingresso lordo di un neolaureato italiano che arriva a soli 32mila euro, un livello insufficiente, anche considerando il costo della vita, aggravato da una pressione fiscale che pesa sproporzionatamente sulle fasce proletarie. Il quotidiano di Confindustria riporta l’esperienza di un giovane ingegnere italiano occupato a Berna: nella sua prima esperienza professionale in Svizzera (uno stage retribuito a 1.300 franchi al mese, circa 1.400 euro) ha potuto stabilizzarsi grazie a canoni agevolati d’affitto, poi è arrivato un contratto di assunzione da 65mila franchi (più di 70mila euro) annui a una tassazione molto bassa, «un livello di stipendio molto più alto di tutte le offerte ricevute in Italia. A Milano le proposte non arrivavano mai oltre i 24-25mila euro lordi, con uno stipendio così tra affitto e spese non avrei mai potuto avere né una reale autonomia, né la possibilità di mettere da parte nulla».
Molti giovani sono così costretti a cercare condizioni lavorative migliori all’estero a causa di un assetto capitalistico che utilizza il lavoro sottopagato come strumento per compensare la bassa capacità di innovazione o la scarsa concentrazione aziendale. L’Italia si sta trasformando in una zona periferica d’Europa, destinata a fornire manodopera qualificata ai centri produttivi più progrediti del continente, incapace di garantire un orizzonte esistenziale accettabile anche ai giovani proletari più formati.
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