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La marcia dei 40mila
Da tempo si propina l’idea che non ci sia più la classe operaia, che la società moderna abbia archiviato la lotta di classe, che la collaborazione armoniosa tra capitale e lavoro sia la modalità più adatta nella gestione dei rapporti di produzione. La realtà, puntualmente, si incarica di smentire le ideologie della pace sociale perché nel mondo c’è sfruttamento, ci sono rivendicazioni, scioperi, conflitti. Le immagini in arrivo da Pyeongtaek, situata a qualche decina di chilometri a Sud di Seul, pur essendo insolite per la Corea, dimostrano, ancora una volta, come la conflittualità sociale sia ineliminabile, anche nei Paesi più avanzati da un punto di vista tecnologico.
Alla Samsung, azienda simbolo dell’innovazione sudcoreana, circa 40 mila manifestanti hanno dato vita alla «protesta più grande di sempre nella storia del gigante tecnologico». Il Manifesto (25 aprile) riporta come, negli ultimi anni, la Samsung Electronics Labour Union abbia visto aumentare in modo esponenziale i suoi iscritti, arrivando a superare quota 90 mila, un livello che rappresenta circa il 70% della forza lavoro del gruppo. «Un processo favorito dalla crescente insoddisfazione sulla mancata condivisione dei benefici per i profitti del boom dell’intelligenza artificiale, traino dell’azienda e dell’economia del Paese, cresciuta dell’1,7% nel primo trimestre del 2026 proprio grazie all’export di chip per l’IA. I lavoratori vedono profitti record e contemporaneamente percepiscono salari stagnanti, con una crescente distanza tra la retorica del successo aziendale e la loro realtà quotidiana». Il sindacato chiede un aumento salariale del 7%, la destinazione del 15% dell’utile operativo, l’abolizione del tetto massimo ai bonus, oggi fissato al 50% dello stipendio base annuo. Durante la protesta, i lavoratori hanno apertamente contestato i dirigenti del gruppo, sfidando la tradizionale, gerarchica cultura aziendale della Samsung. «Si va oltre la semplice contestazione, è la rottura pubblica del principio di deferenza verso il vertice aziendale». In assenza di un accordo, il sindacato ha minacciato uno sciopero di 18 giorni. Qualora si proseguisse nella rivendicazione, le conseguenze sul comparto produttivo dei chip potrebbero essere rilevanti.
La crescita del sindacato e della conflittualità dei lavoratori sta diventando un fattore in grado di provocare interruzioni della produzione consistenti, con potenziali effetti globali sull’intera catena di approvvigionamento dei chip. Nel cuore tecnologico del pianeta, tra le linee di produzione dell’intelligenza artificiale, 40.000 lavoratori della Samsung stanno ricordando al mondo che il proletariato è una classe attiva, capace di far sentire il suo peso su tutta l’economia mondiale. Che la lotta di classe è ancora la caratteristica strutturale della nostra società.
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