LORO E NOI - 19/05/2026
 
Vola, borsa, vola

La contraddizione è il modo di essere del capitalismo, non è un malfunzionamento accidentale. Le incertezze sul futuro o le guerre in corso non paralizzano né fanno crollare da sé l’economia e le borse, come la realtà sta ampiamente dimostrando.
Su Internazionale dell’8 maggio (“Perché le borse salgono nonostante i conflitti”) possiamo leggere: «Benvenuti nel paradosso del 2026». La giornalista Gillian Tett, del Financial Times, riferisce di una cena elegante a San Francisco dove un commensale, investitore di borsa, di fronte alle preoccupazioni da lei avanzate sulla crisi energetica dovuta al blocco dello stretto di Hormuz, avrebbero risposto semplicemente: «Guarda ai mercati, stanno andando alla grande». L’autrice dell’articolo prosegue ammettendo: «L’economia globale cresce ancora a un ritmo superiore al 3 per cento all’anno; l’indice S&P 500 ha guadagnato più del 3 per cento rispetto a febbraio, cioè dall’inizio della guerra in Iran, e più del 30 per cento su base annua; le borse di Europa, Regno Unito e Giappone hanno seguito un andamento più altalenante ma restano abbastanza dinamiche. In apparenza è un fenomeno sbalorditivo».
Nonostante lo shock energetico in corso, che si sta già riflettendo in rincari sulla benzina e sulle bollette gravando su salari che non tengono il passo dell’inflazione, le borse stanno volando.

Favolosi rendimenti finanziari per grandi imprese quotate in borsa convivono con un’impennata repentina del carovita. In Italia la Codacons prefigura una stangata da 23 miliardi, con un aggravio delle spese di 900 euro a famiglia (Andrea Ducci, Corriere della Sera edizione online, “L’inflazione sale ancora, è al 2,7%. S&P conferma il rating dell’Italia”, 16 maggio).
In Asia si sono già verificate delle proteste dovute ai forti rincari.
La polizia ha lanciato gas lacrimogeni per sedare una protesta di operai di una fabbrica nella periferia di Noida, in India nello Stato dell’Uttar Pradesh, dopo che la mobilitazione è degenerata in violenza il quarto giorno, con veicoli incendiati e lancio di pietre (13 aprile, Aljazeera, “Tear gas fired at India workers demanding higher wages as living costs rise”).
Nella città di Yulin, nella Cina meridionale, migliaia di operai del settore dei giocattoli sono scesi in strada per protestare dopo la chiusura improvvisa di diverse fabbriche, argomentata dai padroni locali con l'impennata dei costi della plastica e i dazi statunitensi (Murphy Zhao e Ruoxin Zhang, The New York Times, “China’s Economy Shows Cracks From Iran War”, 28 aprile).
Nelle Filippine il Governo ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale a causa delle interruzioni nelle forniture di petrolio e del raddoppio del prezzo del diesel. Alcuni commentatori avvertono che il rischio di disordini interni sta aumentando man mano che fasce più ampie della popolazione scivolano verso la povertà (Mike Cherney e Recine Cabato, The Wall Street Journal, “Iran War Threatens Food Output”, 29 aprile).
Le borse stanno dunque volando, ma non alla maniera di bianche colombe messaggere di pace. All’orizzonte si addensano cupe nubi e a svolazzare sono solo rapaci avvoltoi borghesi disposti a tutto per garantirsi profitti sempre maggiori sulla pelle dei proletari.