LORO E NOI - 31/05/2026
 
Un omicidio di classe

La morte di Bakari Sako, bracciante trentacinquenne originario del Mali, ucciso all’alba del 9 maggio da un gruppo di giovani a Taranto, è un episodio che interroga le coscienze per la sua feroce brutalità. Colpisce che un branco di ragazzi giovanissimi, per lo più minorenni, abbia accerchiato, picchiato e infine colpito a morte con un coltello un uomo che voleva solo raggiungere il proprio luogo di lavoro, stroncando la sua vita per futili motivi. Colpisce, ancora di più, l’indifferenza complice di chi ha assistito alla scena senza muovere un dito. È il caso del proprietario del bar che, accortosi dell’aggressione, non solo non è intervenuto per difendere la vittima, ma le ha persino imposto di allontanarsi dal locale dove aveva cercato disperatamente rifugio, scaricandola di fatto in balia dei suoi assassini pur di non avere problemi. Colpisce come questa vicenda non abbia ricevuto quel risalto mediatico e quell’indignazione a reti unificate che la cronaca riserva normalmente ad altri fatti, specialmente quando il responsabile è uno straniero o un cittadino italiano con genitori stranieri. Di fronte a tutto ciò, colpiscono le parole finora utilizzate dal dibattito pubblico e dalla stampa per descrivere l’accaduto: barbarie, crudeltà, ferocia, atto criminale, violenza ingiustificata, odio razziale. Sono termini che liquidano la vicenda come una follia isolata o un problema limitato a singole individualità senza un richiamo alle dinamiche sociali. Riteniamo più corretto parlare, invece, di un omicidio di classe. Un delitto che ha colpito un soggetto fragile proprio in quanto precario, lavoratore salariato e ricattabile, costretto a sopportare dure condizioni di esistenza e pesanti ritmi di lavoro nelle campagne del Sud d’Italia. Questa lettura non cambia anche se i giovani assassini provengono, a loro volta, da contesti di profonda marginalità, disagio ed esclusione sociale. Al contrario, ne è la conferma. È un meccanismo perverso, ma tipico della società capitalistica, spingere gli esclusi a scaricare discriminazione, violenza e risentimento contro coloro che vengono percepiti come gli “ultimi”. Aggredire chi sta ancora peggio offre la tragica e momentanea illusione di non trovarsi sul gradino più basso della scala sociale.
La struttura capitalistica si alimenta di questa frammentazione: da un lato produce sistematicamente soggetti socialmente vulnerabili e privati di futuro; dall’altro li trasforma in carnefici, alimentando una guerra tra poveri che nasconde i veri responsabili dello sfruttamento. L’odio che ha ucciso Bakari Sako è l’espressione sociale di una rabbia cieca e insensata, l’azione violenta degli ultimi che si cannibalizzano tra loro pur di negare la propria marginalità. La radice del problema risiede in un’organizzazione sociale che non può non produrre marginalità, disagio, povertà e oppressione.
Il capitalismo non si limita a generare disuguaglianza: produce alienazione, legittima lo sfruttamento e, inevitabilmente, arma le mani di chi si presta a compiere questi sistematici omicidi di classe.