LORO E NOI - 24/06/2026
 
I veri padri nobili dell’Europa borghese

Sul Times del 17 giugno è comparso il necrologio del conte Étienne Davignon.
Questo aristocratico e diplomatico, questo grande borghese con un ruolo apicale nel mondo degli affari belga, ha visto nei suoi ultimi anni di vita riemergere, con tanto di procedimenti giudiziari, le ombre del suo coinvolgimento negli eventi che portarono all’assassinio del leader congolese Patrice Lumumba. Quest’ultimo si era posto alla guida del processo di decolonizzazione e indipendenza nazionale e aveva assunto un grande ruolo nella denuncia dei terribili crimini commessi dal colonialismo belga. Arrivò a prendere coraggiosamente la parola di fronte al re Baldovino, che aveva elogiato i progressi del Congo sotto il presunto benevolo dominio coloniale: «Abbiamo sperimentato un lavoro forzato in cambio di una paga che non ci permetteva di sfamarci, di vestirci, di avere un alloggio dignitoso o di crescere i figli come nostri cari. Mattina, giorno e notte siamo stati oggetto di scherni, insulti e percosse perché eravamo neri».
Lumumba, colpevole anche di voler nazionalizzare il settore minerario congolese, fu, insieme ad alcuni suoi collaboratori, sequestrato, torturato, ucciso e sciolto nell’acido.
Prima che la parabola del primo ministro africano si concludesse in questa maniera drammatica e vile, il giovane diplomatico Davignon, nel settembre 1960, scriveva che «rimuovere Lumumba» e «realizzare l’unione dei leader congolesi contro di lui» costituiva il «problema primario».
Davignon non è mai stato accusato di essere implicato direttamente nell’omicidio di Lumumba – il capitale e le potenze imperialistiche trovano sempre agenti predisposti (nell’operazione pare che fossero coinvolti anche operativi della CIA) e una manovalanza locale disponibili a sporcarsi le mani – ma di aver favorito l’arresto e la detenzione illegali oltre che un trattamento dei prigionieri «inumano e degradante».
Tutto ciò non ha impedito, anzi, a Davignon (pupillo del celebrato europeista Paul-Henri Spaak) di fare carriera ai vertici delle istituzioni europee (commissario per gli affari industriali e vice presidente della Commissione) e di porsi al centro di processi di integrazione continentale come quello che portò al Trattato di Maastricht. Mancò la nomina a primo ministro belga – secondo lo storico quotidiano conservatore – a causa del suo carattere «snob, spietato e privo di umanità» (non c’è rosa borghese priva di spine borghesi…) – ma guidò con mano di ferro quei processi industriali definiti eufemisticamente di “ristrutturazione” (nei confronti della classe operaia e al servizio del capitale, certi difetti possono diventare apprezzatissimi pregi). Proveniente da una famiglia inserita ai vertici del potere politico e delle élite del Belgio fu da queste onorato e premiato praticamente fino alla fine dei suoi giorni.
Ci sono ingenui o interessati ideologi che oggi cianciano di intrinseca superiorità civile e ideale del progetto europeo, di sostenere convintamente un futuro esercito europeo, ovviamente su basi imperialiste, perché destinato da vincoli etici ad avere funzioni solo difensive.
Poi però c’è l’europeismo reale, nel reale mondo del capitale.
E i Davignon sono i padri “nobili” (della loro nobiltà) di questo europeismo reale.