Gli inestricabili nodi dell’imperialismo

Alessandro Magno taglia il nodo gordiano, Fedele Fischetti, ca. 1760-1780
Secondo una recente inchiesta circa il 90% dei missili da crociera e balistici e dei droni russi contiene componenti fabbricati in Giappone.
La notizia è riportata sia dal
New York Times che dal
Japan Times, nelle edizioni online di domenica
12 luglio 2026 (“How Putin Turned Japan Into a Den of Spies”, “Come Putin ha trasformato il Giappone in un covo di spie”, di Jane Bradley, Michael Schwirtz e Adam Goldman).
Si tratta di stime delle autorità ucraine che hanno anche, di conseguenza, chiesto al Governo giapponese di inasprire i controlli all’export su schede elettroniche, trasmettitori e semiconduttori a duplice uso.
In questo caso unità di intelligence militare russa avrebbero fatto uso di società di copertura, documenti di spedizione falsificati e rotte indirette per far arrivare in Russia tecnologie a uso sia civile che militare, la cui esportazione diretta verso Mosca è formalmente vietata. Resta il fatto che parte dell’industria tecnologica nipponica è diventata un hub strategico per l’industria bellica russa.
Non si tratta di semplici falle in un sistema altrimenti regolabile e governabile. Il capitalismo è mondiale, non diviso in blocchi buoni e cattivi. Non c’è morale, embargo o restrizione che tenga davvero di fronte agli intrecci e ai nessi profondi del mercato mondiale.
Il gas liquefatto russo ha continuato a entrare legalmente nei terminali europei: nel 2025 la Russia era ancora il secondo fornitore di GNL dell’Unione con il 16% circa delle importazioni europee di GNL (quando nel 2021, prima dell’inizio della guerra in Ucraina, era al 21%, secondo Eurostat); nel frattempo continuavano e continuano ad arrivare in Europa milioni di barili di prodotti raffinati in India a partire da greggio russo. Il titanio dell’azienda russa VSMPO-Avisma, fondamentale per Airbus, ad esempio, non è mai stato sanzionato: la sua iscrizione nelle liste fu ritirata nel luglio 2022 su obiezione della Francia, ma non solo (l’amministratore delegato di Airbus, Guillaume Faury, spiegò senza infingimenti che colpire il titanio russo avrebbe significato «sanzionare noi stessi». Si veda l’articolo del 21 giugno 2022 sul
Wall Street Journal, “Airbus Calls on West to Avoid Sanctions on Russian Titanium”).
Qui non c’è nulla di clandestino o inerente allo spionaggio: c’è il mercato, alla luce del sole, più o meno sotto sanzione.
La storia del resto ci restituisce numerosi esempi illuminanti. Durante la guerra civile americana l’amministrazione Lincoln autorizzò il commercio del cotone con gli Stati secessionisti attraverso vari permessi federali: il cotone del Sud risaliva verso Nord attraverso Memphis, New Orleans e altri scali fluviali e portuali, e in cambio scendevano sale, carne, cuoio, scarpe, medicinali, spesso finiti direttamente nei magazzini confederati (Grant e Sherman protestarono ripetutamente sostenendo che questo traffico prolungava la guerra).
All’inizio della Prima guerra mondiale imperialistica le corazze in acciaio cementato erano coperte da una serie internazionale di brevetti che legava le aziende Vickers, Armstrong (entrambe britanniche), Krupp (tedesca), Schneider (francese), Bethlehem e Carnegie (statunitensi) in un sistema di licenze incrociate e royalties reciproche. Le flotte che si affrontarono allo Jutland erano corazzate secondo brevetti condivisi, e le officine che le costruirono erano legate da contratti di licenza stipulati fra il 1894 e il 1914.
Che il capitale fosse unitario, internazionale e interconnesso venne nuovamente confermato durante la Seconda guerra imperialistica mondiale. La collaborazione industriale nella Germania di Hitler di aziende come la Ford e la General Motors è ben documentata (Ford-Werke fu un attore centrale nella produzione di autocarri, così come la Opel controllata, ancora nelle prime fasi della guerra, da GM).
Esiste sempre qualche frazione industriale che, secondo la logica borghese delle distinzioni nazionali, “vende al nemico”. La verità è che tra loro le frazioni borghesi non sono mai fino in fondo nemiche esiziali e possono sempre trasformarsi in possibili alleate, o partner d’affari, qualora cambi la convenienza e la circostanza. Ciò non vuol dire affatto che la guerra sia una recita concordata, ma è evidente che l’interdipendenza dei capitali non impedisce affatto la guerra. Anzi, dialetticamente, è proprio questa pervasività del capitale, che si spinge oltre ogni confine e limite, a generare lo scontro, invece di attenuarlo.
Ecco il motivo profondo per cui nelle guerre dell’imperialismo il vero aggressore è sempre la borghesia e il vero aggredito il proletariato.
Richiamando alla mente un’immagine leggendaria, la soluzione è solamente quella che ha impiegato Alessandro Magno di fronte all’inestricabile nodo gordiano: reciderlo di netto con un colpo di spada. Così dovrà fare il proletariato di fronte ai nodi che intrecciano l’imperialismo mondiale.