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«Carne avvezza a soffrire, dolore non sente»
Quando l’autonoma presenza politica della nostra classe, quella dei detentori della sola forza-lavoro, si riduce al lumicino, e quando la sua natura rivoluzionaria e portatrice di un nuovo e superiore stadio sociale scompare di fatto, per un arco temporale lunghissimo, dal quadro generale dei rapporti tra classi, allora la borghesia può occupare impunemente tutti gli spazi sociali, politici, culturali, ideologici con tutta la grettezza, la tracotante volgarità, l’ottusa avidità di una classe dominante che da tempo ha perso ogni funzione storica progressiva. E può capitare di imbattersi in articoli, programmi televisivi, iniziative più o meno culturali, registri narrativi, spot e “dibattiti” che in un’altra fase sarebbero stati proposti in chiave satirica o provocatoria e che oggi sono invece disperatamente autentici e sinceri.
È il caso di un articolo apparso su La Stampa (edizione online 15 luglio) in cui viene illustrata l’attività di una filantropica associazione che aiuta gli «ex alto borghesi» (sic) caduti in disgrazia.
La lettura di questo pezzo può suscitare, in chi non è in piena sintonia con questi tempi di strapotere ideologico della borghesia e di indifferenza verso le difficoltà della condizione proletaria, un senso di straniamento.
Come definire altrimenti la nostra reazione di fronte alla partecipazione emotiva, alla commossa empatia con cui sono descritte le vite di imprenditori falliti, di agiati professionisti, di ereditiere ed ereditieri turlupinati o scialacquatori che si ritrovano a sperimentare con immane sofferenza le condizioni di vita normali per milioni di proletari? Come non provare una strana vertigine a leggere dei tormenti dell’imprenditore dell’alta moda («uomo di grande gusto», si tiene a precisare nell’articolo) costretto ad abitare da solo un bilocale in periferia «lontano dalle vie del centro dove ha passato gli anni migliori»? Come commentare la vicenda dell’allora giovane di buona famiglia che, ereditato un patrimonio milionario, ha fatto male i suoi conti («aveva calcolato che, se l’avesse speso tutto senza lavorare, sarebbe potuto arrivare tranquillamente a ottant’anni. Peccato che la sua vecchiaia è stata molto più lunga. Si è ritrovato senza nulla») e non si rassegna a vivere senza autista e iscrizione al golf club? O le stesse origini dell’associazione, sorta nel 1946 per tutelare dai raggiri le «ricchissime» vedove di guerra della «Torino borghese»? Per le famiglie della Torino proletaria, per gli operai, i muratori, i facchini e i manovali mandati a morire in massa sui vari fronti del conflitto, sotto le macerie, alle prese con la più terribile miseria e con le prepotenze padronali, il dopoguerra era evidentemente più sopportabile.
Interessante anche il costante richiamo al pudore di questi nuovi poveri, all’esigenza di affrontare le loro privazioni con «discrezione», attraverso metodi di intervento «delicati» (evidentemente la loro superiore sensibilità implica un livello di sofferenza interiore sconosciuto ai poveri abituati per estrazione sociale alle code pubbliche per il pane o a fare la fila tra i disoccupati).
A leggere questa roba viene in mente la massima pronunciata da don Pasquale, figura di proprietario terriero in Vino e pane di Ignazio Silone, intento a commiserare la propria condizione economica e lesto a relativizzare le sofferenze dei braccianti: «Carne avvezza a soffrire, dolore non sente».
Oppure la filosofia sociale enunciata dal palazzinaro, incallito risparmiatore sulla sicurezza a spese della vita degli operai e licenziatore in tronco senza scrupolo alcuno, interpretato da Aldo Fabrizi nel film di Ettore Scola C’eravamo tanto amati, quando teorizza la particolare solitudine del ricco (mentre i poveri stanno bene tutti insieme, «‘sti lazzaroni che nun te fanno più campà»).
Ma probabilmente i borghesissimi volontari dell’associazione, i loro borghesissimi assistiti e il giornalista del borghesissimo quotidiano non sono nemmeno più in grado di cogliere l’ironia, la funzione di denuncia che gli autori hanno affidato a questi personaggi e alle loro battute.
Sottoscriverebbero senza alcun problema, senza alcuna vergogna.
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