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Capitalismo all’italiana
I dati emersi dal recente focus di Filcams Cgil sulle condizioni di lavoro nel settore terziario tracciano un quadro tristemente conosciuto ma non per questo meno sconfortante. «Il 50% delle lavoratrici e dei lavoratori occupati nei settori del terziario, del turismo e dei servizi percepisce una retribuzione annua pari o inferiore a 13.950 euro». Dietro a questi dati «ci sono storie come quella di Ibrahim, che lavora di notte in un magazzino con un contratto legato a un appalto al massimo ribasso e con il permesso di soggiorno legato a quello stesso contratto, o di Simona, che dopo una vita passata a pulire le corsie di un grande ospedale teme che la pensione non basterà a coprire le spese mensili. Nel turismo la situazione si fa ancora più drammatica: circa il 70% di chi lavora nel settore resta sotto la soglia di povertà, percentuale che al Sud e nelle Isole sale oltre l’80%, quattro lavoratori su cinque. Seguono i servizi, dove pulizie, multiservizi e ristorazione collettiva portano l’incidenza a oltre il 50%, anche tra chi lavora con continuità, e il terziario, superiore al 30%».
È la descrizione di un capitalismo, quello italiano, in declino, di un Paese sempre più precarizzato e che spinge il valore della forza lavoro costantemente al ribasso. Non si tratta di una congiuntura sfavorevole, ma del risultato strutturale di un preciso modello economico. È il capitalismo all’italiana, un sistema fondato sulla compressione del costo del lavoro, un sistema che trova corrispondenza in un contesto politico e sociale preciso: da un lato, il peso di una piccola borghesia imprenditoriale e commerciale che, trasversalmente, da destra a sinistra, condiziona l’agenda della politica nazionale per preservare rendite di posizione, precarietà selvaggia e stipendi da fame. Dall’altro, una scarsa incisività delle rappresentanze sindacali, che negli anni hanno spesso accettato la logica della moderazione salariale o avallato rinnovi contrattuali che hanno lasciato categorie di lavoratori scoperte di fronte al crescere dell’inflazione e all’aumento del costo della vita. Senza la ripresa della conflittualità di classe, la trappola della povertà lavorativa continuerà a inghiottire il futuro della classe salariata, non solo nel settore del terziario.
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