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Don Raffaè
Nell’ultimo periodo il tema dell’inflazione è tornato, in molti Paesi, al centro del dibattito politico. L’aumento dei prezzi di beni o servizi riduce il potere d’acquisto dei salari determinando una perdita di reddito reale per chi ha un lavoro salariato. Tra i tanti esempi immediati e percepibili in merito all’incremento dei prezzi possiamo considerare quello relativo alla tazzina di caffè, un prodotto efficace perché rappresenta un acquisto frequente, il cui prezzo è facilmente confrontabile nel tempo, e facilmente percepibile dal consumatore. Il Corriere della Sera (19 agosto, «Caffè, la tazzina al bar aumenta del 24% in 5 anni. Bolzano la città più cara») riporta come il rito quotidiano di molti italiani, il consumo di un buon caffè al bar, stia diventando sempre più caro. Bere un espresso costa oggi in Italia, in media, 1,29 euro. In cinque anni l’aumento è stato di 25 centesimi. «Nel 2015, secondo i dati Fipe, un espresso costava in media 96 centesimi. Nel 2002, l’anno del passaggio all’euro, si rilevava nelle città campione un prezzo medio di 79 centesimi. In un quarto di secolo il prezzo nominale della tazzina è così aumentato di circa il 63%». Oggi in alcune città il prezzo del caffè ha già superato 1,50 euro.
Le spiegazioni ricorrenti, anche in questo caso, rivolgono le responsabilità alle forze impersonali del mercato. Gli aumenti di prezzo vengono spiegati attraverso fattori apparentemente neutrali come l’incremento della domanda, la riduzione dell’offerta, le condizioni climatiche dei Paesi produttori, l’aumento dei costi energetici, le tensioni internazionali, i costi dei trasporti e le oscillazioni dei prezzi delle materie prime. Giuseppe Lavazza si allinea a questo canovaccio spiegando che serviranno almeno due buoni raccolti in Brasile e Vietnam per ricostruire le scorte, «con una volatilità che è la nuova costante». Sono spiegazioni che descrivono l’aumento dei prezzi come il risultato di forze impersonali, inevitabili, incontrollabili, quasi fossero leggi naturali da cui non sia possibile sottrarsi.
Mai viene affrontato il tema del profitto. Eppure, in un’economia capitalistica, il prezzo finale di una merce non serve soltanto a coprire i costi di produzione, ma anche a garantire un margine di profitto alle imprese. Quando i costi aumentano, le imprese cercano generalmente di trasferire tali rincari sui prezzi finali per preservare o accrescere la propria redditività. In alcuni settori, soprattutto quando la concorrenza è limitata o la domanda è rigida, questo trasferimento può essere superiore all’aumento effettivo dei costi. Se una quota crescente del valore prodotto assume la forma di profitto, una quota relativamente minore resta disponibile per i salari. Per il lavoratore l’obiettivo è mantenere o migliorare il proprio potere d’acquisto, per l’impresa l’obiettivo è mantenere o aumentare il profitto. Quando l’inflazione aumenta e i salari non vengono adeguati, il peso dell’aggiustamento ricade sui lavoratori. Essi continuano a produrre valore ma possono acquistare una quantità inferiore di beni e servizi. Il risultato è un trasferimento di ricchezza dal lavoro al capitale. Anche davanti a una tazzina di caffè emerge il conflitto ineliminabile tra la remunerazione del lavoro e la remunerazione del capitale.
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