LORO E NOI - 17/07/2026
 
Varenne, quando la bestia diventa modello


Cagnaccio di San Pietro, “L’Alzana”, 1926

Nella breve rassegna stampa sottostante abbiamo voluto raccogliere, attraverso titoli e citazioni, l’esecrando spirito che ha permeato la morte del cavallo trottatore Varenne. In un mondo dove sempre più esseri umani appartenenti al proletariato e al sottoproletariato vengono considerati e trattati alla stregua delle bestie, non solo una bestia ha ricevuto onori mediatici degni del più meritevole tra gli esseri umani, ma addirittura è stata oggetto della postulazione secondo la quale, per diventare esseri umani migliori, sarebbe necessario pensare ed agire come una bestia. Ma questa ideologia barbara non può essere compresa se non si inseriscono nell’equazione i coefficienti fondamentali su cui essa stessa si regge, ovvero che Varenne era l’organismo capital-friendly per eccellenza: non si lamentava, lavorava a testa bassa senza chiedersi perché lo stesse facendo, fruttava una quantità di denaro incredibilmente maggiore a quella necessaria per mantenerlo e, soprattutto, il suo cervello non era in grado di formulare pensieri che mettessero in discussione l’ordine sociale esistente.

L’OPERAIO PERFETTO
Il direttore de Il Giornale Vittorio Feltri, che in passato, unitamente al dirigente sportivo Luciano Moggi era sul punto di acquistare Varenne salvo poi ripensarci per presunti difetti fisici del cavallo [che ne avrebbero abbassato le prestazioni e quindi la resa economica, N.d.R.], poi rivelatisi infondati, dice dell’animale: «Varenne era un genio, se la parola è concessa anche a chi non parla, non scrive libri e non va in televisione. Forse proprio per questo la merita più di parecchi uomini». E continua: «Magari avessimo anche noi uomini un po’ della sua moralità cavallina. Non faceva dichiarazioni, non cercava alibi, non dava la colpa all’arbitro, non pretendeva di essere ciò che non era. Quando era il momento correva. Metteva in gioco tutto quello che aveva: muscoli, polmoni, cervello e volontà. Se perdeva non convocava una conferenza stampa». Feltri conclude con l’esortazione: «Forza Varenne. Facci nitrire ancora»
19 agosto, Il Giornale, Vittorio Feltri, “Varenne, fine corsa”.

NON SOLO UN CAVALLO CHE FACEVA FATTURARE MILIONI DI EURO, MA UN “ESSERE UMANO”
Varenne è morto ieri a 31 anni in un allevamento di Eboli «dove aveva molte persone che si prendevano cura di lui, ma nulla hanno potuto contro quell’infarto fulminante che l’ha colpito». Nel 1998, il primo acquirente lo pagò 150 milioni di lire [circa 100 volte lo stipendio mensile di un operaio di allora, N.d.R.]. Dopo il suo ritiro diventò uno stallone da riproduzione e generò circa 3.000 puledri in tutto il mondo «un incredibile ritorno economico per chi vendeva il suo seme (si parla di fatturati da milioni di euro)». Lo storico manager Rolando Luzi dichiara: «Ha cambiato la vita di tutti noi. Per noi non era semplicemente un cavallo, ma un essere umano». Ed ora che è morto «Varenne può correre davvero soltanto per correre», senza dover pensare ai «record, i milioni di euro, le corse conquistate in tre continenti».
19 agosto, La Stampa, Fulvio Cerutti, “Varenne, l’ultima corsa Addio alla leggenda dell’ippica mondiale”.

MENTRE LA CLASSE OPERAIA FATICA SEMPRE PIÙ A SOSTENERE CURE E ASSISTENZA PER I PROPRI ANZIANI, L’ANZIANO CAVALLO VARENNE AVEVA BEN CINQUE ASSISTENTI CHE LO ACCUDIVANO NELLA SUA “STANZA” PIENA DI VENTILATORI
«L’allevamento che ha ospitato Varenne negli ultimi due anni […] segue un regolamento ferreo: il cavallo non riceve visite da giugno a settembre, non va affaticato». Il proprietario, morto lo scorso anno, s’era prodigato per trovare un luogo di accudimento che potesse prendersi cura del cavallo «trattandolo come un amico anziano da accompagnare fino alla fine dei suoi giorni, amando l’animale e non il campione». E l’aveva trovato. In quel luogo, ben cinque persone si occupavano del benessere di Varenne. La giornalista de La Stampa ha descritto l’enorme emozione nell’essere riuscita a vedere di sfuggita il dorso dell’animale attraverso «una finestrella della sua stanza (non riesco a chiamarla stalla) piena di ventilatori».
19 agosto, La Stampa, Simonetta Sciandivasci, “Contava la creatura, non il mito Quel buen retiro a Eboli protetto da barriere d’amore”.

UN’AZIENDA SU QUATTRO ZAMPE
L’ammontare totale dei premi vinti grazie a Varenne è di 6,3 milioni di euro, la sua attività riproduttiva come stallone garantiva 15 – 20 mila euro a fattrice, senza contare la successiva vendita del suo sperma congelato. I suoi oltre 2.000 figli hanno vinto oltre 250 Gran premi «propiziando almeno 40 milioni di euro di fatturato, mentre 7 di loro hanno vinto più di un milione in carriera».
19 agosto, Corriere della Sera, Luigi Ferrarella, «Varenne L’ultima corsa del “Capitano” che conquistò il mondo».