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Ristrutturazione all’Electrolux e aumenti dei ritmi per chi resta
L’11 maggio scorso l’Electrolux aveva annunciato per le sue filiali italiane 1.719 esuberi, termine meno urtante per le sensibili orecchie borghesi di licenziamenti. Da allora la cifra è scesa a 1.450, a cui si aggiungono 135 contratti a termine non rinnovati (oltre ai 91 già cessati senza rinnovo).
Gli occupati totali del gruppo svedese in Italia, che aveva rilevato la vecchia Zanussi, sono circa 4.500. La ristrutturazione è perciò consistente, pari al 40% della forza-lavoro. Si prospetta la chiusura dello stabilimento marchigiano di Cerreto d’Esi, in provincia di Ancona, dove operano 170 tra operai e impiegati, con trasferimento della produzione di cappe in Polonia. I restanti tagli saranno sugli altri siti di Solaro (dove realizzano lavastoviglie), Susenaga (frigoriferi), Forlì (forni) e Porcia (lavatrici).
Dopo lo sciopero unitario di otto ore del 15 settembre, indetto da Fiom, Fim e Uilm, è prevista una discussione al cosiddetto “tavolo di crisi” al Ministero delle Imprese e del Made in Italy per il 5 ottobre.
In realtà la crisi è solo per gli operai che sono gettati nell’incertezza e hanno di fronte a sé la prospettiva del licenziamento o di una qualche forma di cassa integrazione a sussidio ridotto rispetto al salario pieno che prima percepivano.
L’azienda punta a risparmi strutturali globali per circa 127 milioni di euro l’anno, di cui 70/80 milioni come stima dal solo comparto italiano: la voce di bilancio a fianco alla forza-lavoro è un costo da tagliare. Ecco dunque che lo spostamento della produzione dove la forza-lavoro è più a buon mercato (Polonia, ma anche Cina e Thailandia) è una scelta dal loro punto di vista razionale, inerente la razionalità del capitale che deve valorizzarsi al massimo grado.
La stessa spietata razionalità, che innerva lo sfruttamento della classe dei capitalisti sulla classe operaia, si realizza – e prova a imporsi in maniera intensificata – sul fronte interno: a chi resta al lavoro negli impianti italiani è chiesto, da parte padronale, un aumento dei ritmi produttivi. Lo riporta La Stampa del 7 settembre (Sara Tirrito, “Electrolux, riparte il confronto. Il governo sentirà le Regioni”): «L’obiettivo è arrivare fino a 140 pezzi l’ora, a fronte di miglioramenti ergonomici, e stabilizzare il turno unico giornaliero in tutte le fabbriche».
Appena dopo questa comunicazione i lavoratori Electrolux di Porcia (Pordenone) hanno indetto un’assemblea pubblica con un’ora e mezza di sciopero, un corteo che ha attraversato lo stabilimento fino alla portineria Nord e un breve presidio di fronte alla palazzina direzionale. Sull’aumento dei ritmi di lavoro, Piero Mancino, Rsu Fiom, ha dichiarato: «Ci hanno detto che si può andare anche oltre 140 pezzi/ora, fino a quando la linea va. Una cosa del genere è insostenibile» (8 settembre, Il Gazzettino, edizione online, Elena Del Giudice, «Electrolux, la marcia dell’ira: lavoratori in sciopero. E scatta l’ultimatum: “Bloccheremo gli straordinari”»). Per giunta l’azienda ha già paventato di ricorrere agli straordinari in vista di un picco produttivo tra ottobre e dicembre.
L’ideologia della classe dominante può pontificare sull’estinzione della classe operaia, su presunti ceti medi che avrebbero dovuto diventare totalizzanti o sulle future proprietà liberatorie delle migliori tecnologie (l’Intelligenza Artificiale?), ma nella vita vera, quella fatta di cose concrete e tangibili, restano i rapporti fondamentali dello sfruttamento capitalistico, con le sue conseguenti logiche e razionalità.
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